IL CONSENSO nella relazione è tutto. O no?! Cosa, come e perché non accettiamo la formulazione della sen. Bongiorno sulla modifica dell’art 609-bis del Codice Penale e siamo in mobilitazione permanente

ll consenso reciproco nella relazione sessuale — e di coppia — tra persone è la norma?

Abbiamo costruito l’Europa insieme, i nostri figli girano il mondo, e il 19 novembre 2025 la Camera dei Deputati aveva finalmente raggiunto l’unanimità per sancire nella legge il principio di parità e autodeterminazione nelle relazioni, portandoci al pari di molti altri Paesi europei. Avevamo tutti tirato un respiro di sollievo: anche questo Parlamento avrebbe segnato un passo avanti sul fronte delle politiche di genere. Nessun ufficio legislativo aveva sollevato obiezioni, perché la proposta non era improvvisata, ma frutto di un lavoro attento e approfondito.

ATTENZIONE: TUTTO È SALTATO PER MANO DELLA LEGA. Il 27 gennaio 2026, in Commissione al Senato con un voto di 12 a 10, è stata approvata una definizione opposta.

Nella nuova proposta avanzata dalla Lega, il consenso della donna, viene dato per scontato, scaricando di fatto su di lei l’onere di dimostrare al Giudice di aver dissentito.

Ma come si deve dissentire? Come può essere chiaro un no a chi non vuole capire? Le situazioni di violenza hanno tutte a che fare con la paura. 

Perché la vittima che decide di denunciare, ancora una volta, dovrà rispondere Lei in Tribunale ad allusioni e insinuazioni sui suoi vestiti, trucco, orari e intenzioni?  Il consenso, la complicità,  la parità saranno lontanissimi perché torneremo alla sudditanza: ” SIGNORINA il messaggio era ambiguo perchè aveva la gonna corta…”, “…SIGNORA perchè in casa non si è opposta  a suo marito che riteneva le piacesse essere picchiata prima di ogni rapporto”,” SIGNORINA  come mai non ha fermato il suo ex fidanzato con un secco no quando se l’è visto davanti al garage di notte?! Ha avuto piacere di riprovarci – avrà pensato il povero innamorato…”

DONNA, QUANTO HAI DISSENTITO?

L’articolo su cui si discute è il 609-bis del codice penale  che fino ad oggi definisce la violenza sessuale come un atto compiuto con violenza, minaccia o abuso di autorità. Grazie all’evoluzione della giurisprudenza, si era giunti a novembre 2025 a una modifica condivisa, fondata sulla ricerca reciproca del consenso come presupposto per una relazione alla pari. Quella modifica di legge, votata insieme da tutte le forze parlamentari, ci avrebbe portati nella modernità.

E INVECE NO. Siamo state ingannate.

Secondo l’indagine ISTAT 2025 “La violenza contro le donne, dentro e fuori la famiglia”,  sono circa 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni di età). Il 18,8 ha subìto violenze fisiche e il 23,4% violenze sessuali.

Eppure solo il 10,5% delle vittime ha denunciato. La violenza avviene soprattutto nella sfera affettiva: partner, ex, parenti, colleghi, conoscenti.

Chi conosce queste situazioni — o anche solo le immagina — non può che inorridire di fronte a questo arretramento, voluto dalla Sen. Bongiorno.

La gravità della modifica introdotta dalla LEGA,  è stata subito compresa dai Centri antiviolenza che hanno lanciato la MOBILITAZIONE PERMANENTE.

Ha aderito immediatamente tutto il mondo che si occupa delle Politiche di genere con l’obiettivo fondamentale di opporsi alla modifica della Lega e della maggioranza di governo e estendere l’informazione di ciò che sta accadendo a tutte le donne e a tutti gli uomini che ancora non hanno approfondito.

La televisione non ci aiuterà, i giornali non ci aiuteranno.

Le conquiste di autodeterminazione che le donne hanno ottenuto negli anni sono in pericolo. Molte delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi sono già nella protesta – non lasciamoli soli. Non bastano.

La mobilitazione nazionale del 28 febbraio 2026 parte alle 14.00 da Piazza della Repubblica e arriva a San Giovanni: è un momento importante. Non mancare. Temo non basterà. Dobbiamo estendere l’informazione al bar, al lavoro, al mercato.

Fare conoscere il tema, portare i nostri corpi in piazza, nei cortei, è il modo migliore per difendere insieme i nostri diritti. I diritti delle donne si difendono subito quando vengono attaccati.

STIAMO INSIEME. Ognuno faccia quel che può.

Di seguito trovate un intervento dell’avv. Monica Manzone, che ringrazio moltissimo per la collaborazione, con una spiegazione dettagliata della riforma e della controriforma.

Partecipa, organizziamo incontri, sentiamoci! IO CI SONO per supportarti.

Alla lotta!

Arianna Camellini

Vicepresidente PD del Lazio

Presidente Commissione Speciale del Municipio Roma II.


 

La proposta di riformulazione dell’art. 609-bis c.p. si colloca nel solco di un dibattito ormai centrale nel diritto penale contemporaneo: quello relativo alla centralità del consenso nei reati sessuali. Tuttavia, pur dichiarando di voler superare un’impostazione fondata esclusivamente su violenza, minaccia o costrizione, il testo proposto finisce per non compiere fino in fondo il passaggio culturale e giuridico necessario.

La Senatrice Bongiorno ha chiesto di leggere la sua proposta e solo dopo criticarla.

La proposta è un grave arretramento culturale e giuridico. Per dirla come il capo del suo partito “E’ un grave arretramento culturale e giuridico senza se e senza ma”

Il disegno di legge Bongiorno sulla violenza sessuale non rappresenta un progresso, ma un vero, netto e pericoloso arretramento.

Il testo riscrive l’art. 609-bis c.p., modificando la formulazione approvata all’unanimità dalla Camera il 19 novembre scorso, e compie una scelta precisa: elimina il riferimento al “consenso” e lo sostituisce con la “volontà contraria”, introducendo la categoria del “dissenso”.

Non è una sfumatura linguistica ma un cambio di paradigma.

Significa che la maggioranza, il partito della Lega in particolare, pretende di spostare il baricentro dalla presenza del consenso all’assenza del dissenso. In pratica quello che si chiede di tornare a chiedere alla vittima di dimostrare di essersi opposta.

Un’impostazione che tradisce la Convenzione di Istanbul

Occorre ricordare cosa è la Convenzione di Istanbul? Forse sì. E’ il trattato internazionale del Consiglio d’Europa del 2011 che obbliga gli Stati a prevenire e contrastare la violenza contro le donne e la violenza domestica, tutelando le vittime e punendo gli autori.

La riforma della senatrice Bongiorno si colloca in direzione opposta rispetto agli standard internazionali, proprio perché la Convenzione di Istanbul impone agli Stati di fondare la definizione di violenza sessuale sulla mancanza di consenso libero.

Spagna, Francia e Svezia hanno già adeguato le proprie legislazioni in questa direzione.

Il DDL Bongiorno fa l’esatto contrario: abbandona il riferimento al consenso e introduce un lessico ambiguo – “volontà contraria”, “dissenso” – che riporta il processo dentro la zona grigia dell’interpretazione comportamentale.

Cosa succederà se dovesse passare? Semplice le vittime dovranno dimostrare di avere detto no.

Come? E’ la domanda che ognuno di noi si dovrebbe porre.

Come potrai dimostrare di avere detto no? Con i segni sul tuo corpo? E chi potrà dire che a te non piace la violenza? Che non hai piacere quando lui non è più rude?

Se questo testo diventasse legge, le donne vittime di violenza sessuale si troverebbero nuovamente nella posizione di dover provare:

  • di essersi opposte,
  • di aver manifestato dissenso,
  • di aver reagito in modo adeguato.

Non è un “linguaggio tecnico” ma l’imposizione di un’operazione culturale pericolosa: rimette al centro il sospetto sulla vittima e la valutazione morale del suo comportamento.

Si tornerà a interrogare la donna, non l’autore. Autore che per buona parte della maggioranza è un uomo con degli impulsi paragonato a una miccia che una volta innescata non può fermarsi.

Qualsiasi norma legittima la cultura dello stupro, attenua la responsabilità degli autori, scoraggia le denunce, espone le donne alla vittimizzazione istituzionale. Altro che

Conclusione?

Forse in molti si aspettano che banalmente la richiesta sia quello del ritiro immediato del DDL.

Ma no, la richiesta non è quella del “semplice” ritiro ma la richiesta che un riforma di questa portata non venga imposta come atto di maggioranza, ma costruita attraverso un confronto reale e responsabile tra maggioranza e opposizione.

Le riforme che incidono sui diritti fondamentali non appartengono a un partito. Appartengono al Paese. Legiferare in materia di libertà sessuale significa intervenire sul nucleo più intimo dell’autodeterminazione delle persone. È un terreno che richiede rigore, studio, ascolto e responsabilità condivisa.

Ogni passo indietro nella definizione dello stupro è una responsabilità politica gravissima.

Il consenso non può scomparire dal codice penale.

La libertà sessuale non può dipendere dalla prova di aver urlato abbastanza forte e di avere abbastanza lividi sul corpo.

La storia della nostra Repubblica dimostra che quando si tratta di diritti fondamentali, le differenze politiche possono e devono essere sospese.

Le madri costituenti seppero farlo: seppero sedersi allo stesso tavolo e lavorare oltre le appartenenze, consapevoli che stavano scrivendo norme destinate a incidere sulla vita di tutte e tutti.

Oggi serve la stessa maturità istituzionale.

Legiferare non è propaganda.

Non è bandiera.

È responsabilità.

E quando si interviene sui diritti fondamentali, quella responsabilità deve essere condivisa, non rivendicata.

 

Arianna Camellini

Vicepresidente PD Lazio
Consigliera II Municipio di Roma
Presidente della Commissione Speciale Turismo,
Università, Giubileo, Grandi Eventi e Pnrr

Contatti

info@ariannacamellini.it

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